Don Gaetano Meaolo

Tratto da F. Altieri, Don Gaetano Meaolo, Tinari, Villamagna (Ch) 1999.

Introduzione

Monsignor Gaetano Meaolo è nato il 3 maggio 1925 a Chieti, ed è morto santamente a Roma il 5 agosto 1993 all’età di 68 anni.
Sacerdote piissimo, consacrato il 4 luglio 1948 a Chieti, fu dapprima per undici anni parroco a San Giovanni Teatino, lasciando alla gente del posto un ottimo ricordo, un’eredità ricca di spiritualità unica, fede cristallina, purezza di cuore, di animo, di spirito, di tutto.
Nel 1963, per motivi familiari, dopo la morte tragica del fratello, si ritirò a Chieti, occupandosi dell’insegnamento e dello studio in alcune specializzazioni: liturgia, mariologia, archivistica. Pubblicò quarantasei libri, per lo più di carattere agiografico e mariologico. Riviste qualificate si onorano della sua firma, e collaborò per ben quindici anni (1964-1978) al settimanale L’osservatore romano della domenica, curandone la rubrica liturgica.
Persona molto colta, non abbandonò mai gli studi. In soli quattro anni conseguì, per esempio, ben cinque diplomi: archivista e bibliotecario (1959); paleografo e archivista, e mariologo (1960); accademico in campo liturgico (1963). Dal 1976 fu consultore della Commissione liturgica nazionale.
Fu archivista della Curia diocesana, cappellano di sua Santità, canonico metropolitano di San Giustino. Insegnò liturgia e mariologia nel Seminario regionale di Chieti.
Non fece pesare a nessuno la sua cultura. Aveva capito che le anime non hanno bisogno di scienza ma di luce, e così dal pulpito non distribuiva alle anime il pensiero di Dio contaminato dal suo, bensì un pensiero intriso di amore soprannaturale. Le folle ne rimanevano estasiate, perche capivano che quando una cosa viene da Dio, ha tutto un altro sapore. Don Gaetano sapeva ben trasmettere questo messaggio, questa luce divina, la stessa che traspariva dalla sua personalità: una personalità fusa a quella di Cristo.

 

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L’uomo

All’età di 5 anni per il Santo Natale fa scrivere la letterina a Gesù dalla sorella maggiore chiedendo la «sua chiesa» con tutto l’occorrente per le funzioni religiose. Il suo desiderio viene esaudito dal papà, che gli fa costruire una chiesina di legno molto bella. Gioia grande quando il giorno dell’epifania scarta il suo regalo: aveva ottenuto proprio quello che aveva chiesto a Gesù. Ecco che da quel giorno inizia il suo piccolo ministero, ma grande agli occhi di Dio, offrendo purezza e innocenza accompagnate dalle umili preghiere che tutta la famiglia, radunata davanti alla «sua chiesa», recitava ogni sera. Molte volte si soffermava da solo a svolgere il suo piccolo ufficio.
Era un bambino taciturno ma sereno che in cuor suo già meditava i misteri di Dio facendone una ragione di vita. Con i suoi silenzi imitava perfettamente la Mamma celeste, di cui divenne poi il suo innamorato. Per gli altri erano silenzi, ma per lui no. Il suo cuore puro ascoltava la voce di Dio, di Gesù, della Madonna. Amante già della preghiera, ne fece il suo filo conduttore che lo tenne legato al cielo fino all’ultimo respiro. Crescendo non è cambiato mollo, ma ha fortificato la vocazione di mettersi al servizio di Cristo e dei suoi fratelli.
Finite le scuole elementari, il papà scelse per lui il ginnasio. Ma lui si rifiutò, non voleva andare al Vico, perché voleva frequentare il ginnasio nel Seminario diocesano. Questo disaccordo nasceva perché il papà riteneva che per la sua giovane età poteva essere una scelta prematura. Quell’anno frequentò la scuola, essendo obbligato dal genitore, ma non aprì letteralmente libro; trascorreva infatti il suo tempo leggendo solo libri religiosi. A fine anno scolastico arrivò la bocciatura e questa servì a convincere il papà a farlo entrare in Seminario. Promise che avrebbe studiato tutta l’estate per recuperare l’anno perduto. E così fece; studiò con diligenza da solo, senza l’aiuto di ripetizioni, e ad ottobre si presentò privatamente agli esami. Superò brillantemente l’esame ed entrò in Seminario. Da quel momento ci fu il grande distacco dalla famiglia, specialmente dalla mamma a cui era legatissimo. Ma superò tutto con grande fede.
La rigidità del Seminario lo aveva segnato molto. Le vacanze estive le trascorreva con la famiglia e spesso seguiva le sorelle che con il nonno si recavano alla villa comunale di Chieti per dar sfogo ai loro giochi. Ma lui non vi partecipava, preferiva rimanere accanto al nonno ad ascoltare i fatti che raccontava. In seguito, questi stessi fatti li avrebbe citati come aneddoti facendone degli insegnamenti morali e sapienziali. Il monopattino fu la sua passione, trasferita poi sulla bicicletta non appena imparò ad usarla. Amava tanto la velocità e un giorno, malgrado il divieto della mamma, prelevò di nascosto dal suo borsellino cinque centesimi per affittare una bicicletta. Voleva provare l’ebbrezza della velocità! Questo fu il più grande peccato della sua adolescenza e non fu facile dimenticarlo.
La vita in Seminario proseguiva regolarmente, anche se, per chi la vedeva dal di fuori, sembrava molto rigida. Ma per Gaetano no, lui era molto felice, e comunque la severità non avrebbe intaccato la sua vocazione di diventare sacerdote. Imparò molto bene le regole e l’obbedienza, nutrite di quell’amore soprannaturale che tutto trasformava. Studiò sempre con profitto, senza mai trascurare il lato spirituale e la preghiera. Ma nel 1940 qualcosa cambiò: morì il nonno per il quale nutriva veri sentimenti di affetto e stima, e questo lo dimostra durante il suo ministero citando spesso i suoi aneddoti; nello stesso anno scoppiò la guerra e nel 1941 il papà fu chiamato a prestare servizio come ufficiale nelle poste militari; poi la notizia della sua prigionia, il suo rientro e la sua malattia; comunque, prima di morire, ebbe la grazia di vedere il suo Gaetanino sacerdote. Era il 4 luglio del 1948, lui si spense il 2 gennaio del 1949. Ecco raggiunto il suo sogno coltivato fin dalla tenera età: la «sua chiesa» ora si trasformava in una vera Chiesa, dove si radunavano non solo i familiari ma molti altri fedeli. Questa Chiesa era intitolata alla santissima Trinità! Quella Trinità santissima che già se l’era scelto nel grembo materno, per farne un araldo di Cristo.

 

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Il sacerdote cantore di Maria

Felicemente per alcuni anni rimase lì a svolgere il suo ministero in compagnia dell’allora parroco monsignor Bonaventura De Luca. Poi il Signore gli affidò una chiesa tutta sua e fu mandato come parroco a San Giovanni Teatino. Vi arrivò con idee molto chiare. Nella sacrestia si legge ancora oggi il suo proposito: «Celebrerò la mia Messa come se fosse la prima, l’unica, l’ultima».
Era fervente adoratore di Gesù eucaristia, passava infatti ore e ore davanti a lui senza stancarsi mai; continuava quei colloqui d’amore iniziati fin da bambino. Servire Gesù era la sua grande aspirazione. Voleva essere degno della grazia ricevuta per portare avanti il suo sacerdozio in modo inconfutabile, e tutte le altre grazie che gli occorrevano lui riusciva a strapparle a Gesù stando lì davanti al tabernacolo oppure, nei momenti più difficili e di afflizione, davanti a Gesù crocifisso, specialmente quando era il mondo a crocifiggere lui con ogni sorta di male. Don Gaetano non badava alle sue ferite, ma contemplava quelle più profonde di Cristo che gli si stampavano nel cuore e nell’anima e che il suo spirito così allento e puro trasformava in atto d’amore. Amore di compenetrazione, specialmente durante la consacrazione. Quando stringeva Gesù tra le dita il suo volto si trasformava, si immergeva profondamente nel meraviglioso mistero dell’amore: particolare che ai più attenti non e potuto sfuggire. Ecco la fonte dove attingeva giorno dopo giorno: Gesù eucaristia! Era quella la necessità che la sua anima richiedeva per non confondersi con il mondo. Momenti vissuti in vera comunione con Dio e per Dio.
Il suo cuore era saturo di questo amore divino che riversava nei cuori dei suoi fedeli per accenderli ed infiammarli, trasformando l’amore e la parola in pane, e la voce in luce. Il pane per saziare chi aveva fame di Dio, e la luce per rischiarare.
Manifestò apertamente il suo culto alla Madonna arricchendo la sua parrocchia con un bellissimo quadro della beata Vergine Maria. Innamoratissimo, voleva far conoscere a tutti questo grande amore, voleva farla amare da tutti, voleva far capire ai fedeli che quel cuore di Madre è la strada che ci porta fra le braccia del Figlio, è la strada per cui il Padre ci guarda benigno, è la strada che ci farà conoscere il paradiso. Ed allora bisogna amarla, bisogna affidare tutto a lei e non aver paura di nulla. In una lettera scritta ad una parrocchiana (datata 13.10.1963) Don Gaetano manifesta così la grandezza della Madre: «Se Iddio nella sua ira frantumasse il mondo, la Madonna nel suo amore gliene riporterebbe i cocci». Il suo motto era: «Avanti, coraggio, ave Maria».
Alcuni giorni prima di morire disse: «Io sono tranquillo e sereno come un bimbo in braccio a sua madre» (cf. Sal 131, 2). È morto nella festa della Madonna della neve, mentre le suore di san Camillo intorno a lui cantavano Salve regina e Magnificat.
Dedito alla cura delle anime, si comportò da vero padre con i suoi figli spirituali. Alcune volte bastava un suo sguardo pieno d’amore per conquistare un’anima; una volta conquistatala, correva subito a deporla nel cuore della Mamma celeste, la affidava alle sue cure, come un bimbo che raccoglie i fiori più belli per offrirli alla sua mamma. Così amava fare don Gaetano. Si piegava su tutte le miserie per curarle, si serviva delle cose umane per portare le anime al soprannaturale; le amava tanto perché, tramite Maria, le portava all’amore. A quelle più restie dedicava un trattamento speciale: andava loro incontro delicatamente e con la forza dell’amore le scaldava pian piano finché si aprivano e poi, eccolo di nuovo a deporre le sue conquiste. Quante anime e quante vocazioni ha deposto in quel cuore immacolato!
Aveva assimilato così bene nel suo cuore la carità di Maria che quando vedeva un suo figlio che si allontanava soffriva molto, proprio come Maria quando smarrì suo Figlio e lo ritrovò dopo tre giorni di sofferenza. Alcune volte anche lui rimproverava, ma con la dolcezza di padre, di madre e di fratello allo stesso tempo. Chi ha avuto la grazia di conoscerlo sa bene queste cose e può solo dire che il suo cuore è stato trapassato dal raggio della carità di Maria e che attraverso la Madre riusciva a condurre tutti al Figlio. Infatti aveva compreso e fatta sua una grande verità: attraverso Maria si arriva alla santità. E lui, attraverso Maria come maestra, riusciva a penetrare veramente i divini misteri. Che cosa meravigliosa! L’amore e la carità di Dio svelati attraverso Maria per conquistare le anime. Divenne così una piccola anfora nella quale Maria depositava le sue grazie e tutti potevano berne e dissetarsi come alla fonte. Erano incessanti i suoi canti di lode a Maria, perché lei per prima ha detto permettendo così a Dio di donarci il suo Figlio per salvarci. Anche don Gaetano ha detto il suo attraverso Maria, ha detto consacrandosi interamente a Maria, al Suo servizio, al suo piano amoroso. Ha detto e questo non ha mai vacillato nella sua vita fino alla fine, fino al suo ultimo respiro. Ha sempre camminato sotto il suo dolce sguardo. Come un bambino non si stacca mai dalla sua mamma, così don Gaetano mai abbandonò questo amore materno, divino, essenziale; amore che alimentava giorno per giorno con la preghiera, con la penitenza, con la devozione filiale di chi tutto spera abbandonandosi totalmente a lei per portare avanti la sua scelta, il suo sacerdozio. Ha vissuto il suo ministero sulle orme di chi gli aveva già traccialo la strada quando era ancora bambino; e lei, la Madre, ha vegliato sui suoi passi fin dal momento che le era stato affidato.

 

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Il ritorno al Padre

Gesù e Maria erano tutta la sua vita, si recava di città in città, in luoghi conosciuti e in luoghi sconosciuti, per portare la parola di Dio e far conoscere il suo amore. Questo amore don Gaetano lo trasmetteva sia attraverso le sue omelie, sia attraverso la sua stessa vita. Viveva veramente con esemplarità, da vero figlio di Dio. Spesso si recava nei santuari mariani, e specialmente al santuario della Madonna del divino amore, dove lui era di casa. Un giorno, poco prima della sua morte, quando era già ricoverato, uscì dalla clinica per recarsi ai piedi della Madonna, dove celebrò la santa Messa. Era un po’ pallido e un po’ affaticato, a causa della sua malattia, ma sempre cordiale con tutti. Dai suoi occhi traspariva la serenità che regnava nel suo cuore, quel cuore che molti anni prima, sempre lì ai piedi di Maria, si era consacrato interamente a lei. Era di nuovo lì, ai suoi piedi, per deporre nel suo grembo la sua vita che ormai volgeva al declino. Si sentiva veramente come un bambino fra le braccia della mamma, stretto sul suo cuore ed avvolto da quel manto celeste che fin dalla sua nascita era rimasto sopra di lui per guidarlo, proteggerlo, illuminarlo. Era consapevole di tutto, anche della sua malattia e dell’aggravamento. Quando la sorella Anna Maria glielo aveva comunicato, non si scompose affatto, ma sembrava quasi volesse rimproverarla nel vederla triste e con gli occhi pieni di lacrime. Alla recita dell’ufficio divino spesso si soffermava sui salmi inerenti al suo stato: «Il nemico mi perseguita, calpesta a terra la mia vita… Insegnami a compiere il tuo volere, perché sei tu il mio Dio. Il tuo spirito buono mi guidi in terra piana» (cf. Sal 142, 3.10). A chi gli chiedeva come stesse rispondeva: «Come un bambino svezzato in braccio a sua madre», e la sorella gli faceva eco con una frase rubata alla loro mamma: «Figlio, cuore della mamma!». Così, in quell’ultimo periodo di sofferenza, non trovò cosa migliore se non correre da Maria. Chi lo ha incontrato quella mattina di sicuro non avrà pensato che di lì a pochi giorni sarebbe volato in cielo, fra le braccia di Gesù e accompagnato da Maria. La sua morte è stato un trapasso sereno, senza traumi, con gli occhi sempre fissi verso ciò o chi lui solo poteva vedere. La voce di Suor Auxilia dolcemente gli sussurrava: «È bella la Mamma celeste. Ecco, ti viene incontro, abbracciala!». Mentre le sorelle e i presenti intonavano la Salve regina e il Magnificat, don Gaetano spirava serenamente. Era il 5 agosto del 1993, festa della Madonna della neve.

Conclusione

Don Gaetano, sacerdote di Dio al servizio della carità nell’umiltà della sua vita conformata ad immagine di Cristo morto e risorto, inchiodando sulla croce la sua carne, la sua umanità, per risorgere nello spirito e nel suo essere facendosi nuova creatura per portare avanti quel ministero che Dio stesso gli ha affidato per la nostra salvezza. Nulla ha trascurato nella sua vita, dalla catechesi all’essere membro di Cristo, dagli studi approfonditi per una migliore conoscenza e per rendere un servizio migliore ai fratelli più esigenti, servizio reso sempre nella massima umiltà, al punto di essere definito come «uno di noi», al quale poter chiedere qualunque cosa ed essere esauditi nella migliore semplicità.
Sacerdote di Dio nella contemplazione più alta, per poter contemplare nelle anime l’amore di Dio, uomo che non ha sperperato nessun dono, anzi ha saputo gestire bene i talenti che gli erano stati affidati, seminandoli non in terra arida e spinosa, bensì su terreno fertile, dove ancora oggi si può raccoglierne i frutti.
La sua vita fu un altare, dove viveva il mistero della redenzione; un confessionale da dove riportava alla vita chi era morto a causa del peccato; un inginocchiatoio, da dove implorava pietà e chiedeva grazie per l’umanità; ed una penna. Di quest’ultima diremo poco, ma è quella che ha lavorato di più, e grazie alla quale possiamo attingere ai suoi scritti meravigliosi: dalle omelie alle conferenze, dai libri scritti alle meditazioni dove traspare una profonda spiritualità che avvolge, immerge e trascina lo spirito del lettore sempre più in alto, verso il cielo.