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Mons. Cipollone: “declinate il Vangelo secondo voi!” Il prelato ricorda ai seminaristi di annunciare un Dio misericordioso È stato in occasione della festa di san Luca evangelista che Mons. Emidio Cipollone, Vescovo di Lanciano-Ortona, in qualità di Comm

È stato in occasione della festa di san Luca evangelista che Mons. Emidio Cipollone, Vescovo di Lanciano-Ortona, in qualità di Commissario per la disciplina, ha fatto visita ai seminaristi d’Abruzzo e Molise per augurare loro un buon inizio anno e spezzare il pane eucaristico insieme.

Durante l’omelia il vescovo ha esordito ricordando la nota commedia italiana Aggiungi un posto a tavola di Garinei e Giovannini, laddove Dio, parlando con il parroco don Silvestro, lo saluta dicendogli “Ad-dio, perciò “a me”!”. “Anche tu, don Luca”, ha continuato scherzando con il vice rettore don Luca Corazzari, “avresti potuto dire ‘dal Vangelo secondo me’, sì perché tutti e ciascuno di noi è chiamato a declinare il Vangelo per se, rielaborandolo e trasmettendolo con le proprie parole, volendo con gli scritti, ma ancor più con la propria vita”.

È stato messo in risalto, poi, come l’Evangelista abbia scritto il suo vangelo, con tutte le sue caratteristiche umane e spirituali: medico, artista, pagano ecc. e come tutto questo emerga dalla narrazione secondo la sua specificità.

“Il discepolo”, ha poi sottolineato Cipollone, “vive una ricerca accurata, che non è frutto di un’emozione o di circostanze, ma di tempi prolungati, di ricerche interiori lente, di testimonianze”.

Commentando poi la seconda lettera di San Paolo a Timoteo, è stato sottolineato come nella narrazione a parlare siano i nomi, i volti, le cose, dunque come il Vangelo vada declinato secondo me, ma nella relazione con l’altro: “no conferenze, lezioni”, ha proseguito il vescovo, “ma, quando è vivo il rapporto con Dio, inevitabilmente emerge agli occhi degli altri questa relazione: pregate sempre, e siate uomini che comunicano il dono della pace, come oggi io voglio comunicarlo a voi!”.

Mons. Cipollone ha infine ricordato come il 18 ottobre del 2000 l’allora vescovo di Chieti e Commissario per la disciplina, Mons. Menichelli, lo presentò in Seminario come nuovo Padre spirituale, compito che svolse fino all’elezione episcopale avvenuta nel 2009.

 

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Don Gaetano Meaolo

Tratto da F. Altieri, Don Gaetano Meaolo, Tinari, Villamagna (Ch) 1999.

Introduzione

Monsignor Gaetano Meaolo è nato il 3 maggio 1925 a Chieti, ed è morto santamente a Roma il 5 agosto 1993 all’età di 68 anni.
Sacerdote piissimo, consacrato il 4 luglio 1948 a Chieti, fu dapprima per undici anni parroco a San Giovanni Teatino, lasciando alla gente del posto un ottimo ricordo, un’eredità ricca di spiritualità unica, fede cristallina, purezza di cuore, di animo, di spirito, di tutto.
Nel 1963, per motivi familiari, dopo la morte tragica del fratello, si ritirò a Chieti, occupandosi dell’insegnamento e dello studio in alcune specializzazioni: liturgia, mariologia, archivistica. Pubblicò quarantasei libri, per lo più di carattere agiografico e mariologico. Riviste qualificate si onorano della sua firma, e collaborò per ben quindici anni (1964-1978) al settimanale L’osservatore romano della domenica, curandone la rubrica liturgica.
Persona molto colta, non abbandonò mai gli studi. In soli quattro anni conseguì, per esempio, ben cinque diplomi: archivista e bibliotecario (1959); paleografo e archivista, e mariologo (1960); accademico in campo liturgico (1963). Dal 1976 fu consultore della Commissione liturgica nazionale.
Fu archivista della Curia diocesana, cappellano di sua Santità, canonico metropolitano di San Giustino. Insegnò liturgia e mariologia nel Seminario regionale di Chieti.
Non fece pesare a nessuno la sua cultura. Aveva capito che le anime non hanno bisogno di scienza ma di luce, e così dal pulpito non distribuiva alle anime il pensiero di Dio contaminato dal suo, bensì un pensiero intriso di amore soprannaturale. Le folle ne rimanevano estasiate, perche capivano che quando una cosa viene da Dio, ha tutto un altro sapore. Don Gaetano sapeva ben trasmettere questo messaggio, questa luce divina, la stessa che traspariva dalla sua personalità: una personalità fusa a quella di Cristo.

 

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L’uomo

All’età di 5 anni per il Santo Natale fa scrivere la letterina a Gesù dalla sorella maggiore chiedendo la «sua chiesa» con tutto l’occorrente per le funzioni religiose. Il suo desiderio viene esaudito dal papà, che gli fa costruire una chiesina di legno molto bella. Gioia grande quando il giorno dell’epifania scarta il suo regalo: aveva ottenuto proprio quello che aveva chiesto a Gesù. Ecco che da quel giorno inizia il suo piccolo ministero, ma grande agli occhi di Dio, offrendo purezza e innocenza accompagnate dalle umili preghiere che tutta la famiglia, radunata davanti alla «sua chiesa», recitava ogni sera. Molte volte si soffermava da solo a svolgere il suo piccolo ufficio.
Era un bambino taciturno ma sereno che in cuor suo già meditava i misteri di Dio facendone una ragione di vita. Con i suoi silenzi imitava perfettamente la Mamma celeste, di cui divenne poi il suo innamorato. Per gli altri erano silenzi, ma per lui no. Il suo cuore puro ascoltava la voce di Dio, di Gesù, della Madonna. Amante già della preghiera, ne fece il suo filo conduttore che lo tenne legato al cielo fino all’ultimo respiro. Crescendo non è cambiato mollo, ma ha fortificato la vocazione di mettersi al servizio di Cristo e dei suoi fratelli.
Finite le scuole elementari, il papà scelse per lui il ginnasio. Ma lui si rifiutò, non voleva andare al Vico, perché voleva frequentare il ginnasio nel Seminario diocesano. Questo disaccordo nasceva perché il papà riteneva che per la sua giovane età poteva essere una scelta prematura. Quell’anno frequentò la scuola, essendo obbligato dal genitore, ma non aprì letteralmente libro; trascorreva infatti il suo tempo leggendo solo libri religiosi. A fine anno scolastico arrivò la bocciatura e questa servì a convincere il papà a farlo entrare in Seminario. Promise che avrebbe studiato tutta l’estate per recuperare l’anno perduto. E così fece; studiò con diligenza da solo, senza l’aiuto di ripetizioni, e ad ottobre si presentò privatamente agli esami. Superò brillantemente l’esame ed entrò in Seminario. Da quel momento ci fu il grande distacco dalla famiglia, specialmente dalla mamma a cui era legatissimo. Ma superò tutto con grande fede.
La rigidità del Seminario lo aveva segnato molto. Le vacanze estive le trascorreva con la famiglia e spesso seguiva le sorelle che con il nonno si recavano alla villa comunale di Chieti per dar sfogo ai loro giochi. Ma lui non vi partecipava, preferiva rimanere accanto al nonno ad ascoltare i fatti che raccontava. In seguito, questi stessi fatti li avrebbe citati come aneddoti facendone degli insegnamenti morali e sapienziali. Il monopattino fu la sua passione, trasferita poi sulla bicicletta non appena imparò ad usarla. Amava tanto la velocità e un giorno, malgrado il divieto della mamma, prelevò di nascosto dal suo borsellino cinque centesimi per affittare una bicicletta. Voleva provare l’ebbrezza della velocità! Questo fu il più grande peccato della sua adolescenza e non fu facile dimenticarlo.
La vita in Seminario proseguiva regolarmente, anche se, per chi la vedeva dal di fuori, sembrava molto rigida. Ma per Gaetano no, lui era molto felice, e comunque la severità non avrebbe intaccato la sua vocazione di diventare sacerdote. Imparò molto bene le regole e l’obbedienza, nutrite di quell’amore soprannaturale che tutto trasformava. Studiò sempre con profitto, senza mai trascurare il lato spirituale e la preghiera. Ma nel 1940 qualcosa cambiò: morì il nonno per il quale nutriva veri sentimenti di affetto e stima, e questo lo dimostra durante il suo ministero citando spesso i suoi aneddoti; nello stesso anno scoppiò la guerra e nel 1941 il papà fu chiamato a prestare servizio come ufficiale nelle poste militari; poi la notizia della sua prigionia, il suo rientro e la sua malattia; comunque, prima di morire, ebbe la grazia di vedere il suo Gaetanino sacerdote. Era il 4 luglio del 1948, lui si spense il 2 gennaio del 1949. Ecco raggiunto il suo sogno coltivato fin dalla tenera età: la «sua chiesa» ora si trasformava in una vera Chiesa, dove si radunavano non solo i familiari ma molti altri fedeli. Questa Chiesa era intitolata alla santissima Trinità! Quella Trinità santissima che già se l’era scelto nel grembo materno, per farne un araldo di Cristo.

 

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Il sacerdote cantore di Maria

Felicemente per alcuni anni rimase lì a svolgere il suo ministero in compagnia dell’allora parroco monsignor Bonaventura De Luca. Poi il Signore gli affidò una chiesa tutta sua e fu mandato come parroco a San Giovanni Teatino. Vi arrivò con idee molto chiare. Nella sacrestia si legge ancora oggi il suo proposito: «Celebrerò la mia Messa come se fosse la prima, l’unica, l’ultima».
Era fervente adoratore di Gesù eucaristia, passava infatti ore e ore davanti a lui senza stancarsi mai; continuava quei colloqui d’amore iniziati fin da bambino. Servire Gesù era la sua grande aspirazione. Voleva essere degno della grazia ricevuta per portare avanti il suo sacerdozio in modo inconfutabile, e tutte le altre grazie che gli occorrevano lui riusciva a strapparle a Gesù stando lì davanti al tabernacolo oppure, nei momenti più difficili e di afflizione, davanti a Gesù crocifisso, specialmente quando era il mondo a crocifiggere lui con ogni sorta di male. Don Gaetano non badava alle sue ferite, ma contemplava quelle più profonde di Cristo che gli si stampavano nel cuore e nell’anima e che il suo spirito così allento e puro trasformava in atto d’amore. Amore di compenetrazione, specialmente durante la consacrazione. Quando stringeva Gesù tra le dita il suo volto si trasformava, si immergeva profondamente nel meraviglioso mistero dell’amore: particolare che ai più attenti non e potuto sfuggire. Ecco la fonte dove attingeva giorno dopo giorno: Gesù eucaristia! Era quella la necessità che la sua anima richiedeva per non confondersi con il mondo. Momenti vissuti in vera comunione con Dio e per Dio.
Il suo cuore era saturo di questo amore divino che riversava nei cuori dei suoi fedeli per accenderli ed infiammarli, trasformando l’amore e la parola in pane, e la voce in luce. Il pane per saziare chi aveva fame di Dio, e la luce per rischiarare.
Manifestò apertamente il suo culto alla Madonna arricchendo la sua parrocchia con un bellissimo quadro della beata Vergine Maria. Innamoratissimo, voleva far conoscere a tutti questo grande amore, voleva farla amare da tutti, voleva far capire ai fedeli che quel cuore di Madre è la strada che ci porta fra le braccia del Figlio, è la strada per cui il Padre ci guarda benigno, è la strada che ci farà conoscere il paradiso. Ed allora bisogna amarla, bisogna affidare tutto a lei e non aver paura di nulla. In una lettera scritta ad una parrocchiana (datata 13.10.1963) Don Gaetano manifesta così la grandezza della Madre: «Se Iddio nella sua ira frantumasse il mondo, la Madonna nel suo amore gliene riporterebbe i cocci». Il suo motto era: «Avanti, coraggio, ave Maria».
Alcuni giorni prima di morire disse: «Io sono tranquillo e sereno come un bimbo in braccio a sua madre» (cf. Sal 131, 2). È morto nella festa della Madonna della neve, mentre le suore di san Camillo intorno a lui cantavano Salve regina e Magnificat.
Dedito alla cura delle anime, si comportò da vero padre con i suoi figli spirituali. Alcune volte bastava un suo sguardo pieno d’amore per conquistare un’anima; una volta conquistatala, correva subito a deporla nel cuore della Mamma celeste, la affidava alle sue cure, come un bimbo che raccoglie i fiori più belli per offrirli alla sua mamma. Così amava fare don Gaetano. Si piegava su tutte le miserie per curarle, si serviva delle cose umane per portare le anime al soprannaturale; le amava tanto perché, tramite Maria, le portava all’amore. A quelle più restie dedicava un trattamento speciale: andava loro incontro delicatamente e con la forza dell’amore le scaldava pian piano finché si aprivano e poi, eccolo di nuovo a deporre le sue conquiste. Quante anime e quante vocazioni ha deposto in quel cuore immacolato!
Aveva assimilato così bene nel suo cuore la carità di Maria che quando vedeva un suo figlio che si allontanava soffriva molto, proprio come Maria quando smarrì suo Figlio e lo ritrovò dopo tre giorni di sofferenza. Alcune volte anche lui rimproverava, ma con la dolcezza di padre, di madre e di fratello allo stesso tempo. Chi ha avuto la grazia di conoscerlo sa bene queste cose e può solo dire che il suo cuore è stato trapassato dal raggio della carità di Maria e che attraverso la Madre riusciva a condurre tutti al Figlio. Infatti aveva compreso e fatta sua una grande verità: attraverso Maria si arriva alla santità. E lui, attraverso Maria come maestra, riusciva a penetrare veramente i divini misteri. Che cosa meravigliosa! L’amore e la carità di Dio svelati attraverso Maria per conquistare le anime. Divenne così una piccola anfora nella quale Maria depositava le sue grazie e tutti potevano berne e dissetarsi come alla fonte. Erano incessanti i suoi canti di lode a Maria, perché lei per prima ha detto permettendo così a Dio di donarci il suo Figlio per salvarci. Anche don Gaetano ha detto il suo attraverso Maria, ha detto consacrandosi interamente a Maria, al Suo servizio, al suo piano amoroso. Ha detto e questo non ha mai vacillato nella sua vita fino alla fine, fino al suo ultimo respiro. Ha sempre camminato sotto il suo dolce sguardo. Come un bambino non si stacca mai dalla sua mamma, così don Gaetano mai abbandonò questo amore materno, divino, essenziale; amore che alimentava giorno per giorno con la preghiera, con la penitenza, con la devozione filiale di chi tutto spera abbandonandosi totalmente a lei per portare avanti la sua scelta, il suo sacerdozio. Ha vissuto il suo ministero sulle orme di chi gli aveva già traccialo la strada quando era ancora bambino; e lei, la Madre, ha vegliato sui suoi passi fin dal momento che le era stato affidato.

 

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Il ritorno al Padre

Gesù e Maria erano tutta la sua vita, si recava di città in città, in luoghi conosciuti e in luoghi sconosciuti, per portare la parola di Dio e far conoscere il suo amore. Questo amore don Gaetano lo trasmetteva sia attraverso le sue omelie, sia attraverso la sua stessa vita. Viveva veramente con esemplarità, da vero figlio di Dio. Spesso si recava nei santuari mariani, e specialmente al santuario della Madonna del divino amore, dove lui era di casa. Un giorno, poco prima della sua morte, quando era già ricoverato, uscì dalla clinica per recarsi ai piedi della Madonna, dove celebrò la santa Messa. Era un po’ pallido e un po’ affaticato, a causa della sua malattia, ma sempre cordiale con tutti. Dai suoi occhi traspariva la serenità che regnava nel suo cuore, quel cuore che molti anni prima, sempre lì ai piedi di Maria, si era consacrato interamente a lei. Era di nuovo lì, ai suoi piedi, per deporre nel suo grembo la sua vita che ormai volgeva al declino. Si sentiva veramente come un bambino fra le braccia della mamma, stretto sul suo cuore ed avvolto da quel manto celeste che fin dalla sua nascita era rimasto sopra di lui per guidarlo, proteggerlo, illuminarlo. Era consapevole di tutto, anche della sua malattia e dell’aggravamento. Quando la sorella Anna Maria glielo aveva comunicato, non si scompose affatto, ma sembrava quasi volesse rimproverarla nel vederla triste e con gli occhi pieni di lacrime. Alla recita dell’ufficio divino spesso si soffermava sui salmi inerenti al suo stato: «Il nemico mi perseguita, calpesta a terra la mia vita… Insegnami a compiere il tuo volere, perché sei tu il mio Dio. Il tuo spirito buono mi guidi in terra piana» (cf. Sal 142, 3.10). A chi gli chiedeva come stesse rispondeva: «Come un bambino svezzato in braccio a sua madre», e la sorella gli faceva eco con una frase rubata alla loro mamma: «Figlio, cuore della mamma!». Così, in quell’ultimo periodo di sofferenza, non trovò cosa migliore se non correre da Maria. Chi lo ha incontrato quella mattina di sicuro non avrà pensato che di lì a pochi giorni sarebbe volato in cielo, fra le braccia di Gesù e accompagnato da Maria. La sua morte è stato un trapasso sereno, senza traumi, con gli occhi sempre fissi verso ciò o chi lui solo poteva vedere. La voce di Suor Auxilia dolcemente gli sussurrava: «È bella la Mamma celeste. Ecco, ti viene incontro, abbracciala!». Mentre le sorelle e i presenti intonavano la Salve regina e il Magnificat, don Gaetano spirava serenamente. Era il 5 agosto del 1993, festa della Madonna della neve.

Conclusione

Don Gaetano, sacerdote di Dio al servizio della carità nell’umiltà della sua vita conformata ad immagine di Cristo morto e risorto, inchiodando sulla croce la sua carne, la sua umanità, per risorgere nello spirito e nel suo essere facendosi nuova creatura per portare avanti quel ministero che Dio stesso gli ha affidato per la nostra salvezza. Nulla ha trascurato nella sua vita, dalla catechesi all’essere membro di Cristo, dagli studi approfonditi per una migliore conoscenza e per rendere un servizio migliore ai fratelli più esigenti, servizio reso sempre nella massima umiltà, al punto di essere definito come «uno di noi», al quale poter chiedere qualunque cosa ed essere esauditi nella migliore semplicità.
Sacerdote di Dio nella contemplazione più alta, per poter contemplare nelle anime l’amore di Dio, uomo che non ha sperperato nessun dono, anzi ha saputo gestire bene i talenti che gli erano stati affidati, seminandoli non in terra arida e spinosa, bensì su terreno fertile, dove ancora oggi si può raccoglierne i frutti.
La sua vita fu un altare, dove viveva il mistero della redenzione; un confessionale da dove riportava alla vita chi era morto a causa del peccato; un inginocchiatoio, da dove implorava pietà e chiedeva grazie per l’umanità; ed una penna. Di quest’ultima diremo poco, ma è quella che ha lavorato di più, e grazie alla quale possiamo attingere ai suoi scritti meravigliosi: dalle omelie alle conferenze, dai libri scritti alle meditazioni dove traspare una profonda spiritualità che avvolge, immerge e trascina lo spirito del lettore sempre più in alto, verso il cielo.

 

 

19 Febbraio 2017: Ammissione agli Ordini Sacri

Oggi, S.E. Rev.ma Mons. Tommaso Valentinetti, Arcivescovo Metropolita della Chiesa di Pescara-Penne, ha ammesso tra i candidati agli Ordini Sacri del Diaconato e del Presbiterato il nostro fratello Mauro Evangelista nel convento dedicato alla Madonna del Carmine a Penne (PE).

Ammissione Mauro Evangelista

Don Gaetano Tantalo

Tra gli oltre mille sacerdoti ex alunni del Seminario, uno in particolare merita una speciale attenzione essendo l’unico per il quale sia stato aperto un processo canonico di beatificazione. Si tratta del venerabile don Gaetano Tantalo, la cui vita – consumata nel breve volgere di 42 anni – è caratterizzata di eventi che ne documentano il patrimonio umano e cristiano di un’anima penitente, nello scorcio di uno dei periodi più complessi e controversi della storia.

 

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Infanzia

Gaetano Tantalo nasce il 3 febbraio 1905 a Villavallelonga, in provincia dell’Aquila, nella diocesi dei Marsi. I genitori Luciano e Maria Coccia lo battezzano il 12 dello stesso mese imponendogli, quale primogenito della famiglia, il nome del nonno paterno. Si tratta di una famiglia di pastori e di contadini, umile e semplice, povera ma numerosa; tanti fatti di estrema rilevanza, quali il terremoto di Avezzano del 1915, le due guerre mondiali, il nazifascismo e il passaggio dalla monarchia alla repubblica sono contenuti nell’arco della sua breve esistenza. Durante l’infanzia Gaetano pone in evidenza una originale condizione di spirito, mostra l’attaccamento alla terra natale, gode dell’amicizia dei compagni, è sensibile e attento alle cerimonie e ai festeggiamenti religiosi. Nel gioco non manca di commettere imprudenze e, a sei anni, cade in una fossa di calce viva, vi affonda, ma poi riesce a sottrarsi alla trappola mortale senza che le persone accorse, alquanto terrorizzate e capaci solo di gridare, possano arrecare il benché minimo aiuto. A scuola manifesta un precoce apprendimento nella scrittura e nella lettura, ma nella preparazione alla Cresima stupisce tutti per la formidabile memoria che gli faceva ricordare ogni principio e norma della dottrina cristiana; così, a soli sette anni, riceve dalle mani del vescovo dei Marsi, mons. Pio Marcello Bagnoli, il sacramento della cresima. Alle ore 7:55 di mercoledì 13 gennaio 1915 Gaetano è già entrato nella casa adattata a scuola vicino la sua abitazione, quando la terra trema paurosamente per venti secondi, causando la morte di trentamila persone. Il piccolo Gaetano è sommerso da un cumulo di macerie e, ancora vivo, sanguinante e con gli occhi fuori dalle orbite, viene estratto e trasportato di corsa in ospedale: è la sua salvezza.

Adolescenza e ordinazione

Dopo il terremoto incombe la prima guerra mondiale e il padre Luciano lascia la famiglia per servire la Patria, tornando dopo le operazioni belliche ma morendo qualche mese più tardi. La madre Maria, soprannominata Mariabella, rimasta vedova, con grande forza d’animo mantiene la famiglia di quattro figli, dopo che altri due erano morti nella prima infanzia. Nel novembre 1918 Gaetano entra nel Seminario minore diocesano, presso la sede provvisoria di Tagliacozzo, ed in seguito si era trasferito a frequentare il secondo ginnasio presso la nuova sede di Avezzano, appena edificata dopo il sisma del 1915, che aveva provocato la distruzione del Seminario di Pescina. Gli studi affinano le capacità di riflessione e di meditazione del giovane, mentre l’intelligenza ricerca le prime soluzioni ai misteri della fede cristiana e matura il comportamento solidale che connota la sua forte personalità, ad un tempo e senza contrasto, umana e critica. Con i compagni di studi e con gli amici manifesta un naturale portamento al sorriso e la grande disponibilità ad entrare nelle vicende umane di ciascuno, facendosi apprezzare per l’energia interiore della sua formazione spirituale e per il patrimonio del suo sapere che non esibisce in tutte le circostanze, ma soltanto all’occorrenza. Agli studi liceali segue la preparazione al sacerdozio nel Seminario regionale di Chieti, dove entra nel settembre del 1923. I germi di vocazione si consolidano con gli insegnamenti culturali e spirituali, ma trovano un sicuro fondamento nella indagine teologica. Il chierico Tantalo viene ricordato come un piccolo genio, modello di pietà e disciplina, grande estimatore dei suoi docenti. Alla vigilia dell’ordinazione sacerdotale prega Cristo di rivestirlo con le sue virtù e l’11 giugno del 1930 fa la domanda di ammissione agli ordini minori e maggiori, con un passo definitivo di rinuncia al mondo e di accettazione incondizionata del servizio religioso. Il 10 agosto 1930 giunge l’ora tanto attesa e, pieno di emozione, viene ordinato sacerdote dal vescovo Bagnoli nella chiesa parrocchiale di San Giovanni in Avezzano. Scrive sull’immaginetta in memoria della sua ordinazione: «Accipe, aeterne Pater, tamquam immensi tui amoris victimam, hunc sacerdotem tuum qui Filii tui pretiosum Corpus et Sanguinem recipit. Eum exue se atque a se ipso solve totaque indue Bonitate tua et nodo alliga ad te, qui numquam expediatur, ut in Ecclesiae horto odorifera sit arbos».

 

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Vita presbiterale

Dapprima chiamato ad assolvere le funzioni di vicerettore e padre spirituale del Seminario diocesano fino al giugno del 1933, viene poi nominato coadiutore della parrocchia di San Giovanni ad Avezzano fino al luglio 1936. Nel 1935 è chiamato per un breve periodo a sostituire il parroco di Villa San Sebastiano, dove si rende protagonista di una svolta rivoluzionaria, certamente nuova, nei rapporti tra i cattolici e la locale comunità protestante. Don Gaetano considera fratelli sia i protestanti che gli ebrei, e i relativi episodi, di cui si è reso interprete, documentano lo spirito di cristiana fratellanza, in attuazione, ante litteram, del messaggio del concilio ecumenico Vaticano II. In quegli anni viene anche chiamato a svolgere il servizio religioso presso la parrocchia di Antrosano. Al fratello Pasquale che gli chiede consiglio, volendo seguire anche lui la strada del sacerdozio, risponde decisamente che il prete è preta, cioè un sasso, un uomo di carattere e poi un santo; sicché Pasquale, seppure ammonito, promette il massimo impegno, segue gli studi teologici e diviene sacerdote. A causa della sua vita di penitenza – si riteneva sempre insoddisfatto nel desiderio di avvicinarsi il più possibile al modello di Cristo – ed il suo precario stato di salute viene nominato parroco di San Pietro a Tagliacozzo, dove si reca fin dal 1936. Nella cura delle anime, egli riserva un grande amore ai bambini che chiama con candore «fiorellini di neve». Anche i poveri sono al centro delle sue attenzioni e con essi fraternizza al punto da essere il povero fra i poveri, donando ogni cosa di cui potesse disporre e accettando quel che il povero ricambiava senza per questo umiliarlo. Con il freddo cede il cappotto, lungo la strada dona le scarpe e rinuncia al cibo, sul basto del mulo non chiede coperte, da Tagliacozzo a Villavallelonga percorre la strada a piedi, spesso scalzo e sulla neve; è una continua sofferenza e una ricerca di privazioni che quell’anima assetata di Cristo imponeva al suo corpo.

Seconda guerra mondiale

Anche le vicende di una famiglia ebraica si legano al parroco di Tagliacozzo e rivelano un don Gaetano incurante della politica antisemita del governo fascista e degli ordini di persecuzione emanati dalle autorità naziste. La famiglia Orvieto-Pacifici di Roma era solita trascorrere a Magliano dei Marsi i periodi estivi e intratteneva cordiali colloqui con il parroco del luogo. Per suo tramite, appunto, avevano avuto modo di conoscere don Gaetano, di cui tanto bene avevano sentito dire, e con lui avviano anche rapporti epistolari che si concludono con saluti ebraici. Nei giorni che precedono la retata nazista del 16 ottobre 1943 a Roma, i componenti della famiglia Orvieto-Pacifici sono in fuga sui monti dell’Abruzzo, ma non possono rifugiarsi a Magliano per la presenza nel luogo di un comando tedesco. Così, l’11 ottobre bussano alla porta di don Gaetano, che accoglie i sette amici nascondendoli per nove mesi, festeggiando con loro la pasqua ebraica e conservando gelosamente un pezzetto di azzima, il cibo ebraico per questa festività. A Tagliacozzo e Villavallelonga don Gaetano è protagonista di due episodi simili, quando a seguito di due differenti rappresaglie naziste si offre volontariamente chiedendo di essere fucilato lui al posto dei responsabili delle azioni, purché si lascino liberi gli innocenti ostaggi. In entrambi i casi l’esecuzione non viene compiuta e lui fu liberato insieme agli altri.

 

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Termine della vita

Al termine della guerra don Gaetano ha il fisico gravemente debilitato tanto che si ammala di broncopolmonite. La famiglia Orvieto-Pacifici, riconoscente, lo obbliga a stare presso la loro abitazione a Roma e poi in clinica, ma i miglioramenti sono più apparenti che reali. Nell’estate del 1947 don Gaetano trascorre un breve periodo a Villavallelonga, poi torna a Tagliacozzo, ma le sue condizioni si aggravano rapidamente e nelle prime ore del 13 novembre di quell’anno giunge la sua santa morte. Dopo i funerali nella chiesa di San Pietro a Tagliacozzo viene sepolto a Villavallelonga, nel cimitero comunale, come era nella sua volontà, e sulla sepoltura è posta una croce di legno con su scritto semplicemente «M. 13-11-47 DON G.T.»; ma tutto il paese natale e gli abitanti dei centri della Marsica gli rendono onore come se fosse la festività del Corpus Domini, avverandosi il detto di Gesù: «Chi si umilia sarà esaltato» (Lc 14,11). La tomba diviene mèta di pellegrinaggi spirituali e il 24 agosto 1958 si procede alla riesumazione della salma, per collocarla nella cappella Tantalo; per l’occasione molti conservano come preziosa reliquia le gocce del sangue fuoriuscite dal feretro e gli stessi residui lignei, mentre altri assicurano di aver visto sbocciare delle rose sul punto della fossa dove poggiava la testa di don Gaetano. Il 3 settembre 1980 le sue spoglie mortali vengono riposte in un sarcofago di marmo pregiato nella parrocchia dei Santi Leucio e Nicola di Villavallelonga.

Processo canonico

La vita di don Gaetano è fortemente ispirata dal Cristo, nella continua ricerca di «una vita conforme a quella di Gesù» (05/08/1930), in cui «l’ideale è quello di trasformarsi in Gesù» (07/02/1930). All’avvilimento per non aver trovato equilibrio tra la vocazione e le preoccupazioni esterne (01/03/1934) risponde con la preghiera, il suo unico sostegno (11/02/1946). I poli opposti sono marcati: «nessuna gioia è perfetta quaggiù» (25/08/1940); «ogni dolore va considerato alla luce della misericordia divina» (09/05/1930). In alcune lettere assume la figura di guida spirituale, ricordando ai suoi fedeli: «non siete cristiani per vivere un giorno di esilio nel deserto della terra, ma per ritrovarci tutti insieme nell’eterna pace della patria celeste» (07/1937). Don Gaetano Tantalo è dichiarato Servo di Dio sulla base delle virtù eroiche, e sotto il Vescovo dei Marsi, mons. Biagio Vittorio Terrinoni, inizia il processo di beatificazione. Il 15 marzo 1980 il papa san Giovanni Paolo II ha confermato, con un decreto nihil obstat della Congregazione per le cause dei Santi, l’avvio del processo di cognizione per la beatificazione e canonizzazione del servo di Dio della Diocesi dei Marsi. Anche da parte della famiglia Orvieto-Pacifici si è intrapresa l’iniziativa di accendere una lampada in onore di don Gaetano nello Yad Vashem di Gerusalemme e a lui è stata attribuita una medaglia dei giusti, consegnata ai parenti. Il 7 marzo 1982 è stato piantato un albero in sua memoria nel Viale dei Giusti di Gerusalemme. Infine, il 6 aprile 1995 la Congregazione per le cause dei Santi ha emesso il Decretum super virtutibus in cui si dichiara in modo solenne: «Constare de virtutibus theologalibus fide, spe et caritate tum in Deum tum in proximum, necnon de cardinalibus prudentia, iustitia, temperantia et fortitudine, eisque adnexis, in gradu heroico, Servi Dei Caietani Tantalo, sacerdotis dioecesani, parochi ecclesiae Sancti Petri Martyris loci Tagliacozzo, in casu et ad effectum de quo agitur». Da allora don Gaetano ha il titolo di Venerabile.

 

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